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Chi ha ucciso Biancaneve?

La nebbia scendeva fitta sulla Foresta Incantata e sembrava creare una cappa intorno all’angosciante dolore che straziava il cuore del Principe Azzurro. Egli si trovava nella torre ovest del suo castello, intento a contemplare il giaciglio di cristallo della sua amata Biancaneve: questa volta gliel’avevano portata via per sempre. Non era stato un sortilegio impresso in una mela, come successo anni prima, a sottrarla dalle sue braccia bensì un ignoto assassino. Erano passate solo ventiquattr’ore dalla morte di Biancaneve, e Azzurro non si era dato pace neanche per un istante: voleva scoprire a tutti i costi chi gli avesse fatto un simile torto. Così, fece adagiare il corpo della defunta moglie in una teca di cristallo per poterla osservare ancora qualche giorno, prima che la natura facesse il suo corso e scempiasse quel corpo assai perfetto. Carezzò la teca e rivolse uno sguardo pieno di lacrime verso la sua amata, stampò un bacio sul vetro e si ritirò nelle sue stanze a meditare. Chi aveva ucciso la sua Biancaneve? Da dove poteva cominciare per svelare l’arcano?

L’indomani, il bel viso del Principe Azzurro era solcato da occhiaie terribili, frutto di una notte insonne e disperata tra le lacrime e le urla della perdita. Erano le prime luci dell’alba e passeggiava su e giù per la camera da letto, cercando di schiarirsi le idee. Avrebbe aspettato che il sole fosse alto in cielo per convocare al castello Robin Hood.
“Sua Maestà, il suo ospite è arrivato” annunciò un cavaliere entrando nel grande salone principale. Azzurro era seduto su una delle poltrone davanti al camino, si girò a guardare il cavaliere e, stancamente, fece cenno di far entrare Robin Hood, che dopo qualche istante mise piede nella stanza. Robin Hood lo raggiunse vicino al fuoco, la luce che emanavano le fiamme scoppiettanti riflettevano il suo aspetto costernato. Si inchinò alla vista del principe, il quale, senza molti convenevoli, gli chiese di accomodarsi sull’altra poltrona.
“Sai perché ti ho convocato qui?” domandò Azzurro scrutando Robin.
“Credo di sì, ma voglio che tu me lo chieda lo stesso”
“Bene… Robin, per l’amicizia che ci unisce da molti anni, ti prego di dirmi tutto ciò che sai o hai visto quando hai trovato il corpo di Biancaneve”, la sua voce voleva essere ferma e autoritaria, ma risultò più tremante e supplichevole.
“Era…” titubò Hood “era in una pozza di sangue… e… credo che abbia lottato per difendersi” disse queste parole senza riuscire a guardare Azzurro.
“Lei era una tosta, ci scommetto che ha provato a difendersi” commentò il principe con nostalgia. Dopo un momento di pausa, gli chiese “Come hai fatto a trovarla?”
“Ero in zona, sai per il mio solito giro, e all’improvviso ho sentito delle urla… delle urla di donna… le sue. Non avevo riconosciuto la voce, ma sai benissimo che non posso esimermi dall’accorrere quando sento una fanciulla in pericolo. Però quando sono arrivato era troppo tardi… Lei era lì, distesa, inerme… le ho tastato il collo e… beh, non c’era battito… e ho sentito un forte groppo alla gola. Mi sono guardato intorno ma non c’era nessuno, così ho dato subito l’allarme”.
“Non c’è nient’altro?” domandò speranzoso Azzurro.
Robin scosse lievemente la testa e disse “No, è tutto… davvero”.

Il giorno successivo, il Principe Azzurro si recò in quell’angolino di foresta che era diventato il luogo del crimine, in cui la sua amata Biancaneve aveva esalato l’ultimo respiro. Il sentiero di ghiaia scricchiolava sotto la suola dei suoi robusti stivali, il vento freddo gli sferzava il viso e il cuore palpitava all’impazzata. Non avrebbe più guardato quello scorcio di foresta con gli stessi occhi. Vide il pozzo circondato da erbacce e terreno umido e si rese conto che era stato l’ultimo a vedere la sua Biancaneve ancora in vita, lui e il suo assassino. Restò all’inizio della radura, senza addentrarsi sulla scena del delitto, doveva ancora capire cosa fosse successo ed esaminare il terreno e la zona intorno. Non notò nulla di particolare, oltre alla pozza di sangue che si espandeva sotto un tronco caduto. Gli salirono le lacrime agli occhi e dovette subito andare via.
Mentre percorreva il viottolo a ritroso un oggetto si incastrò sulla punta del suo stivale; si chinò a raccoglierlo e lo rigirò tra le mani: era una cuffietta da donna. Nessuno le portava più, erano abbastanza fuori moda, almeno così diceva Biancaneve. Dunque, poteva appartenere a qualcuno più avanti negli anni che magari aveva una piccola casetta nel cuore della foresta? E chi conosceva a tal proposito? La Nonna di Cappuccetto Rosso. Conservò la cuffietta in tasca e corse verso il castello, doveva convocarla subito.
Quando la nonna di Cappuccetto arrivò al castello si sistemò lo scialle e, scortata da un cavaliere, raggiunse il Principe Azzurro nel grande salone, ormai luogo degli interrogatori. L’uomo era intento a fissare l’orizzonte da una delle grandi finestre a volta, con le mani incrociate dietro la schiena. Al tocco della porta si girò di scatto e salutò educatamente la donna.
“Accomodatevi pure” le disse e con un cenno indicò la poltrona.
“Grazie sua Maestà” rispose lei e prese posto. Prima che Azzurro potesse fare qualsiasi domanda, la Nonna lo precedette: “Posso sapere perché mi trovo qui? Cioè, non mi fraintenda, è un piacere servire la famiglia reale in qualsiasi modo ma…”
Azzurro la interruppe alzando una mano: “Avete ragione, vi ho convocata qui in fretta e furia senza spiegazioni. Adesso vi dirò tutto” e così dicendo, senza ulteriori preamboli, cacciò dalla tasca la cuffietta.
La donna la riconobbe subito: “Ma quella è mia!”
“Sapevo di non essermi sbagliato” sorrise Azzurro.
“Come mai ce l’ha lei?” domandò la nonna contrariata. “…sua Grazia” aggiunse subito dopo.
“Cara nonna, sono io qui a fare le domande. L’ho ritrovata vicino alla radura in cui Biancaneve…” e si interruppe. Passò qualche istante, si schiarì la gola e finì la frase “…è stata uccisa”.
La nonna trattenne il fiato e i suoi occhi si velarono di lacrime “Povera, dolce, Biancaneve…”
Azzurro cercò di reprimere le lacrime e strinse i braccioli della poltrona chiudendo gli occhi. Poi riprese: “Nonna, cosa ci faceva la vostra cuffietta lì?”
“Di cosa mi sta accusando, sua Maestà?” si indispettì la vecchia.
“Di nulla, vi ho solo fatto una domanda. Rispondere è semplice cortesia”.
“Io quella cuffietta la indosso la notte, sono impazzita perché non la trovavo più. Sa, cuffiette così non ce ne sono da tempo in giro!” esclamò concitata la signora.
“Andate al dunque” la esortò Azzurro.
“Sì, giusto… qualche mattina fa, mi sono svegliata di soprassalto perché avevo sentito un brusco rumore fuori la porta di casa, così sono uscita fuori con i vestiti da notte, cuffietta compresa. Io abito a due passi da quella radura, l’avrò persa mentre camminavo lì vicino e non me ne sono accorta”
“Capisco… esattamente quanti giorni fa è successo?”
“Un paio di giorni fa, sua Maestà” rispose quasi subito la nonna.
“Il giorno dopo il delitto di Biancaneve” affermò Azzurro.
“Credo di sì”
“E non avete notato niente?”
“Beh, mi sto tenendo alla larga da lì… ho intravisto quella macchia di sangue e…” rabbrividì “vado al fiume a prendere l’acqua, sa” tirò su col naso e se lo tamponò con un fazzoletto ricamato. “Ma qualcosa l’ho notato…”

L’arma del delitto non era stata ancora ritrovata, ma il colpo inferto a Biancaneve lasciava intendere che si trattasse di un oggetto appuntito. Che fosse stato davvero la freccia che aveva visto la Nonna? Inizialmente, il Principe Azzurro era riluttante al riguardo, ma quando il pomeriggio aveva fatto ispezionare la radura, le guardie reali avevano ritrovato la freccia di cui era stato informato.
Adesso, l’arma era adagiata su un fazzoletto di cotone e Azzurro la contemplava, pensieroso e afflitto. Fece un’attenta analisi dell’oggetto e, incredulo, capì a chi appartenesse; la punta in legno di noce e le iniziali dorate R. H. non tradivano: quella freccia era di Robin Hood.
Era notte fonda quando lo convocò a palazzo, e Robin vi si precipitò preoccupato. Irruppe nel grande salone con l’affanno, la faretra sulla spalla e l’arco nella mano destra.
“Cosa è successo?? Il tuo messaggero mi ha detto che era urgente!” ansimò Robin massaggiandosi il fianco sinistro.
Azzurro parve vederlo per la prima volta e, senza dire una parola, indicò la freccia sul tavolino davanti al fuoco.
“Questa è mia” ammise subito Hood. “Dove l’hai trovata?”
“Sulla scena del delitto” fu la fin troppo calma risposta.
Robin parve capire il suo astio perché esclamò:
“Non penserai mica che l’abbia uccisa io??”
“Non so cosa pensare, a dire il vero” rispose Azzurro sulle sue.
“Ma se mi hai convocato è perché qualcosa hai pensato” disse Hood. Si inginocchiò accanto alla poltrona su cui sedeva Azzurro e, con voce solenne, recitò:
“Siamo amici da molti anni, Azzurro, lo sai che non ti farei una cosa del genere! Sarò anche un ladro ma ho dei codici: ho prestato giuramento di fedeltà alla corona e non lo infrangerò finché avrò vita!!”
Le parole di Robin Hood sembravano sincere, e il fatto che avesse ritrovato lui il corpo di Biancaneve confermava solo la sua presenza nella radura, non che l’avesse uccisa. Azzurro decise di congedarlo e restare da solo, a riflettere.

Il mattino seguente, il Principe Azzurro restò a letto, stremato dal dolore e dalla stanchezza. Non si sarebbe dato per vinto ma aveva bisogno di restare a mente lucida. Da quando, qualche giorno prima, aveva iniziato le sue ricerche teneva un taccuino rilegato in pelle su cui annotava tutti i dettagli di cui era a conoscenza: nomi, date, testimonianze. Così, quella mattina, decise di restarsene a letto ad analizzare il contenuto del taccuino per risolvere il mistero. Gli ci volle poco per capire che aveva bisogno di maggiori informazioni, più rileggeva quelle parole scritte accuratamente, più mancavano indizi fondamentali.
Era trascorsa all’incirca una mezz’ora quando un tocco alla porta lo destò dalla sua concentrazione.
“Avanti” ordinò annoiato.
“Buongiorno sua Maestà, mi scusi ma… c’è una visita per lei” annunciò la cameriera con un inchino.
“Chi è a quest’ora del mattino?”
Azzurro indossò la vestaglia e, senza preoccuparsi di essere ancora in abiti da notte, scese al piano di sotto. Quando entrò nel salone un brivido di freddo gli percorse la schiena, le finestre erano spalancate. Chiamò Linda, la cameriera, e le chiese di chiuderle tutte. Poi, si avvicinò al suo ospite, seduto su una delle poltrone davanti al camino spento.
“Buongiorno Lumiere, qual buon vento la porta qui?”
Il maitre si alzò in piedi e fece un lungo inchino: “Buongiorno a lei, sua Maestà. Mi perdoni per l’orario in cui mi sono presentato nella sua dimora”.
Azzurro gli fece cenno di accomodarsi e si diresse verso il camino per accendere il fuoco.
“Se siete venuto qui a quest’ora deve esserci un motivo” esclamò affabile il Principe mentre una fiamma ardente esplodeva nel camino per mano di Linda.
“Importante…un motivo importante” marcò Lumiere.
“Sentiamo, allora” disse Azzurro, accomodandosi sulla poltrona di fronte a quella in cui sedeva Lumiere.
“Sua Maestà, deve sapere che la mattina molto presto mi reco sempre nella foresta per cercare i frutti e le radici più rare che crescono qui intorno. Sa, sono il maitre della principessa Belle e lei ha un palato tanto delicato, quindi ricerco sempre ingredienti ottimi”.
Azzurro era in trepidante attesa, un peso enorme sullo stomaco lo opprimeva, voleva sapere cosa avesse di tanto importante da dire Lumiere, bramava notizie di ogni genere, ma decise di non interromperlo ed essere paziente.
“Ovviamente, anche stamane sono uscito molto presto e il caso ha voluto che mi ritrovassi vicino la radura in cui Biancaneve…” titubò per un secondo e poi continuò “insomma, ha capito” aveva l’espressione dispiaciuta. “In quella zona trovo sempre delle ottime bacche, anche di questi periodi, di fatti ne ho raccolte un bel po’”.
“Potreste andare al dunque, caro Lumiere?” lo incitò Azzurro.
“Sì, mi scusi, ha ragione. Insomma, mentre andavo via, una folata di vento ha fatto volare qualcosa vicino al mio piede…” e così dicendo gli porse un rotolino di pergamena che recitava:

“Bianca, incontriamoci tra un’ora nella radura del pozzo. Sono nei guai!! Non dire a nessuno dove stai andando, complicheresti le cose! Fai presto, ti aspetto! – Cappuccetto”

Azzurro non seppe dire quante volte avesse letto quel biglietto, lo rigirava tra le mani pensieroso e le parole ivi impresse erano una coltellata al cuore. Ricordava bene il giorno prima del delitto: Biancaneve aveva indossato il suo mantello col cappuccio e lo aveva raggiunto nella biblioteca del palazzo. Gli aveva detto che andava a fare una passeggiata e che forse avrebbe raggiunto Aurora al mercato del villaggio; aveva promesso di tornare prima del calar del sole, poi gli aveva dato un sonoro bacio sulle labbra ed era andata via. Era stata l’ultima volta che l’aveva vista in vita, così bella e sorridente nonostante, ora lo aveva scoperto, gli avesse detto una bugia.
Non era andata a fare nessuna passeggiata, aveva raggiunto Cappuccetto nella radura, la stessa dove era stata assassinata. Non v’erano più dubbi: Cappuccetto era la colpevole.
La fece convocare immediatamente, così in fretta e furia, che non badò neanche a cambiarsi d’abito. Talmente era la sua rabbia che andò egli stesso ad aprire il portone d’ingresso e, poco galantemente per un re, disse alla ragazza e sua nonna che la accompagnava, di entrare nel salone. Le due donne rimasero interdette dal comportamento di Azzurro, non era sua abitudine trattare così gli ospiti, men che meno loro che erano molto affezionate a Biancaneve.
“Sua Maestà, cosa vi turba?” chiese la nonna stringendosi lo scialle quasi a volersi proteggere dall’ira del re.
“Cosa mi turba??” sbraitò lui. Non invitò le due ad accomodarsi e lui non fece altrettanto: era fuori di sé, camminava agitato avanti e indietro e Cappuccetto e la nonna lo guardavano intimorite. “IL FATTO CHE TUA NIPOTE ABBIA UCCISO MIA MOGLIE!! ECCO COSA MI TURBA!!!” tuonò furibondo.
Cappuccetto rimase sbalordita e in un sussurro disse: “Io…cosa??”
“Mia nipote non farebbe del male ad una mosca!” obiettò la nonna “Figuriamoci a Biancaneve!”
“Sua Maestà…” disse la ragazza in lacrime “Azzurro! Come ti salta in mente una cosa del genere?”
Nel frattempo, il Principe aveva bevuto un lungo sorso d’acqua e respirava a fatica:
“Spiegami questo!!” disse spiaccicandole in faccia il biglietto incriminato.
Cappuccetto lo prese con mani tremanti e lo lesse, tra le lacrime che scendevano copiose:
“Io non ho mai scritto questo biglietto!” si difese, tirando su col naso. “Quando voglio…volevo…vedere Biancaneve venivo direttamente qui” la povera ragazza si accasciò per terra e si ruppe in un pianto disperato. “Non… non… puoi accusarmi di… averla… Le volevo bene… molto” .
La nonna di Cappuccetto si abbassò accanto la nipote e le accarezzò dolcemente i capelli:
“Qualcuno ha incastrato mia nipote, sua Maestà! Mia nipote era amica di sua moglie” la nonna era distrutta nel vedere la nipote in quello stato. “La convoca qui e la accusa di un barbaro crimine senza avere le prove!”
“Quello” e indicò il biglietto “è una prova, cara Nonna! In queste circostanze gli amici possono essere i carnefici e io dubito di tutti!”
“Dubiti pure, dubiti pure, ma non si trattano così le persone!”
“Gli assassini sì!” gridò Azzurro e si mantenne vicino alla poltrona, le nocche bianche per la presa forte. Dopo qualche istante in cui Cappuccetto singhiozzava forte e la nonna la consolava, il Principe Azzurro si calmò e disse “Vorrei poterti credere Cappuccetto, ma fin quando non avrò le prove che non sei stata tu – sempre che sia vero – dovrò tenerti rinchiusa nelle celle”.
“Cosa??” la nonna si alzò in piedi “Non può farle questo!! È innocente!!”
“Guardie!!” ordinò Azzurro e tre cavalieri si presentarono nel salotto, due presero Cappuccetto con la forza e la trascinarono via, mentre piangeva e si dimenava e si dichiarava innocente; l’altro trattenne la nonna.
“Lasciatela stare!!!” urlò la vecchina, in lacrime “Arriverà il giorno in cui si pentirà di questa scelta, sua Maestà!!” la sua sembrava una minaccia e, ad un cenno di Azzurro, il cavaliere la scortò al di fuori del palazzo.

Era passato un giorno dalla cattura di Cappuccetto Rosso ma il Principe Azzurro non era soddisfatto. Se Biancaneve fosse stata lì, accanto a lui, gli avrebbe detto che Cappuccetto non era il colpevole che lui cercava, che si fidava di lei. E lui, Azzurro, avrebbe dovuto fidarsi? Il suo comportamento nei confronti della giovane ragazza era stato deplorevole e in cuor suo sapeva di essere stato totalmente sgradevole; la verità è che voleva un reo confesso, lo voleva subito, a costo di schiacciare chiunque lo ostacolasse. Si affacciò ad una delle grandi finestre del salone, non era mai stato tanto tempo in quella stanza come in questi gironi, e rifletté sui suoi comportamenti: stava ragionando come la Regina Cattiva. Non era da lui, lui che sapeva distinguere un’anima pia da una corrotta, lui che era sempre stato così accondiscendente e gentile con tutti. Ma in occasioni del genere le persone cambiano, qualcuno era stato capace di uccidere Biancaneve e lui non poteva permettersi uno scatto d’ira?
Il cielo era grigio, intarsiato da nuvole nere cariche di pioggia, ma Azzurro decise lo stesso di montare in groppa al suo fedele cavallo e di trottare fino al castello della Regina Cattiva. Era l’ultima persona che aveva intenzione di vedere, ma in quanto acerrima nemica della sua defunta moglie, forse poteva aiutarlo ad entrare nella mente dell’assassino; ci aveva riflettuto quando le era saltata in mente la sua figura malefica.
Arrivò dinnanzi al piccolo palazzo sopra la collina, lasciò il cavallo vicino alle scale e si precipitò a bussare. Il portone si spalancò dopo un istante e Azzurro entrò nell’atrio semi buio. Un cameriere amorfo gli fece cenno di seguirlo e lo condusse nel salone.
“Qual buon vento ti porta nella mia umile dimora, Azzurro?” esclamò Regina con un teatrale gesto delle braccia.
“Sono venuto per parlarti” rispose brevemente il sovrano.
Regina era seduta su un divano di velluto rosso, un bicchiere di vino sul tavolino ai suoi piedi, e le scarpe buttate alla rinfusa sul pavimento.
“Che onore!” squittì “Accomodati pure”.
Azzurro si avvicinò a lei e sedette sul divano di fronte rispetto alla Regina Cattiva.
“Fammi indovinare Azzurro” cantilenò “credi che abbia ucciso la tua amata?” Regina lo stava schernendo non poco ma il Principe non batteva ciglio. “Per quanto la cosa mi riempia di gioia, non sono stata io”
“Questo è da vedere” rispose lui cauto
“Cosa vorresti insinuare? Oh, mio sciocco principe… ops… re” marcò l’ultima parola “sei così facile da decifrare!”
“Ah davvero?” la sfidò Azzurro “E cosa hai decifrato?”
“Mmm beh, sai benissimo che non posso uscire di qui, che il solo varcare la porta di ingresso mi è fatale… Dunque, la tua ingenuità ti porta a pensare che abbia assoldato qualcuno. Non è vero?” mentre parlava, affabile, agitava il calice di vino come se fosse un accessorio di moda.
“Potrei averlo pensato, sì” ammise il Principe “ma non sono qui per questo”
“E allora perché sei qui?” domandò curiosa la donna, sporgendosi in avanti.
“Devi aiutarmi a capire chi ha ucciso Biancaneve”
“Ah ah ah ah” la sua risata divertita echeggiò per la stanza “cosa ti fa pensare che ti aiuterò? Vorrei ricordarti che sono rinchiusa qui anche per colpa tua…”
“…e che anche grazie a me sei ancora viva” aggiunse Azzurro, quasi minaccioso.
“Non mi interessa vivere così” la buttò lì Regina, posando il bicchiere sul tavolino.
“Ah no? E allora perché non oltrepassi il portone? Verresti carbonizzata in un secondo. Morte veloce e indolore” Azzurro si stravaccò sul divano, si stava mettendo a proprio agio.
Regina incassò il colpo e non fece trapelare nessuna emozione, si guardò le unghie e sviò l’argomento dicendo: “Insomma, una freccia?” gettò l’amo in attesa che Azzurro abboccasse.
“Cosa ne sai della freccia?” il pesciolino aveva abboccato.
“Azzurro, dovresti conoscermi ormai… ho i miei informatori” rispose beffarda.
“E chi sarebbero?” domandò lui, convinto.
“Domanda stolta, sai che non avrai risposta. Piuttosto, cosa ti aspetti che faccia per te?”
“Sei un’assassina e odi… odiavi Biancaneve. Aiutami a capire chi le farebbe del male all’infuori di te”.
“Potrei elencarti mille motivi per cui odiavo tua moglie, ma siamo tutti diversi… tu l’amavi, no? Non posso entrare nella testa delle persone… o almeno non più, senza poteri. Ma si dà il caso che abbia una mente più acuta della tua… senza offesa” il suo tono era mellifluo e non pareva affatto dispiaciuta per l’insulto.
“E allora dimostramelo”
“Cosa avrò in cambio?”
“Nulla! Vorresti per caso anche un premio?” disse Azzurro con ironia.
“Allora puoi rivolgerti a qualcun’altro… qualcuno che si fa pagare profumatamente per i suoi servigi…”
“Mai!” replicò Azzurro indignato, capendo a chi si riferisse.
“E allora niente da fare…” mentre proferiva queste parole, un corvo atterrò dalla finestra e planò verso il divano. Regina alzò il braccio per accoglierlo e gli carezzò la testolina.
“E’ questo il tuo messaggero?” domandò sarcastico il Principe.
“Molto più efficiente delle persone” guardò il corvo con uno sguardo quasi amorevole e questo gracchiò:

NA, NEL LUO TO UNA LAMPA MIA REGI BIATO ED E’ SP TIENE AL NAN ITTO HO VIS ORCA DI SANGUE! O SEMP GO DEL DEL DA!APPAR RE ARRAB

“Cosa ha detto?” chiese confuso Azzurro.
“Applicati Azzurro, non vorrai che faccia tutto il lavoro da sola” rispose Regina sogghignando.
“Regina…” iniziò a scaldarsi il re “come tuo re, ti ordino di decifrare il messaggio del tuo corvo!” alzò il tono sulle ultime parole.
“Va bene, va bene” biascicò la Regina Cattiva “ma in cambio di questa informazione, voglio che tu ti tenga alla larga dal mio castello…per sempre”
“Così sia” accettò il re.

Dopo l’omicidio di Biancaneve, Azzurro aveva ordinato la perquisizione approfondita della radura, ma nessuno dei suoi servitori si era dato la briga di controllare all’interno del tronco che si trovava a terra. Furibondo con i cavalieri, dopo il colloquio con Regina, era andato di persona, questa volta, per scoprire che effettivamente ciò che il corvo aveva proferito era vero: una lampada sporca di sangue era lì, dietro ai fiori che i Nani avevano portato qualche mattina prima, e apparteneva al “nano sempre arrabbiato”. Scioccato dalla scoperta, ritornò al suo castello sotto la pesante tempesta che stava impazzando. Quando arrivò a palazzo, si precipitò nel salone, buttò per terra il mantello grondante d’acqua e scalciò via gli stivali fradici dai piedi. Si abbandonò sulla sua poltrona e appoggiò la lampada sul tavolino. Era la tipica lampada ad olio che i Nani utilizzavano per andare in miniera, contraddistinta dal nome di Brontolo, in rilievo sul fondo. Era scheggiata ad un angolo e aveva del sangue incrostato nella parte inferiore. Azzurro era combattuto, lui credeva nella lealtà dei Nani forse più che in quella di sé stesso, ma le parole di Regina, quelle che gli aveva gridato dietro prima che uscisse dal suo salone, gli echeggiavano nella testa:
“Il nano era innamorato di tua moglie! L’ha uccisa perché non poteva averla per sé! Delitto passionale, mio caro! Qui ho letto così tanti romanzi!”
Il Principe non era tornato indietro per puro orgoglio, non avrebbe dato alla Regina Cattiva un motivo per manovrarlo, ma mentre cavalcava verso la radura, le parole gli avevano stuzzicato la mente. I Nani erano da sempre devoti a Biancaneve, la conoscevano da anni e lei si fidava di loro. Era possibile che almeno uno di loro si fosse innamorato di lei, no? Ma addirittura ucciderla perché non poteva averla per sè?
Prese il suo taccuino, scribacchiò lampada nell’elenco degli indizi, poi straccio una pagina e scrisse due righe per convocare Brontolo. Nonostante Azzurro credesse alla sua innocenza, doveva comunque avere le idee chiare, e il non convocarlo sarebbe stato un disonore nei confronti degli altri indagati, soprattutto di Cappuccetto che era ancora rinchiusa nelle celle del suo palazzo.
L’indomani mattina, quando il nano entrò nel salone, Azzurro decise di non comportarsi in modo becero come aveva fatto con Cappuccetto: gli scatti di odio e ira gli offuscavano solo il giudizio, doveva restare calmo, calmo e paziente.
“Sua Maestà” si inchinò Brontolo e Azzurro gli fece cenno di alzarsi.
“Brontolo, vado subito al sodo. Ho ritrovato la tua lampada sul luogo del delitto” lo disse in fretta, quasi a volersi togliere una spina dal fianco. Mostrò l’oggetto al nano e questi annuì, confermando che la lampada fosse sua, anche se non vi erano dubbi già da prima.
“Voglio sapere perché era lì” continuò il Principe senza dargli il tempo di dire qualcosa “E sii sincero, per piacere”. Il suo tono schietto era così strano e fuori luogo.
“Credo che abbiate trovato anche dei fiori nella radura, vero?” domandò Brontolo con calma.
“Faccio io le domande” si stizzì Azzurro “ma comunque sì, c’erano dei fiori, e so che sono di voi Nani… le primule crescono soltanto intorno casa vostra”.
“Già” confermò Brontolo “ho appoggiato la lampada per terra e Dotto mi ha rimproverato perché l’avevo messa proprio sulla pozza di…sangue” il suo tono era molto giù di corda. “Mi sono arrabbiato e l’ho tirata su con forza, ed è andata a sbattere vicino al tronco”
“Quindi, ecco i motivi per cui è scheggiata e sporca” capì Azzurro.
“Sì” annuì il nano.
“E perché era all’interno il tronco, allora?”
“Perché quando l’ho presa da terra non sapevo dove altro poggiarla, così l’ho messa nel tronco… ma poi Cucciolo ha messo i fiori davanti, in una bella composizione, ha visto? E non mi andava di sciuparla. Così l’ho rimasta lì. Ne abbiamo altre di lampade, tanto”, il suo tono era molto pratico, quasi volesse far intendere l’ovvietà della cosa.
“Capisco” convenne il Principe “Solo un’altra domanda, Brontolo, e poi puoi andare”
“Certo, a disposizione”
“Eri innamorato di Biancaneve?” la domanda sfacciata colpì il nano in pieno volto. I suoi occhi si spalancarono e le gote diventarono rosso fuoco. Dopo poco, balbettò: “Su-sua Maestà, ma-ma cosa dice?”
“Volevi molto bene a mia moglie, no? Magari il tuo affetto era più di una semplice amicizia”
“N-no, signore. Io ero amico di Biancaneve, ero devoto a lei… ma ero solo un amico… non capisco perché di-dice queste cose” il nano era assai turbato.
“Non so… mai sentito parlare di delitto passionale?” conferire con le parole di Regina gli urtava i nervi, ma voleva vedere se il nano cedeva.
“Mai sentito, mi dispiace. Ma la parola delitto la capisco… di cosa mi sta accusando?” adesso il tono del nano era più audace, quasi intimidatorio, era come se volesse sfidare il Principe ad accusarlo per poi suonargliele.
“Di nulla… al momento” fu la breve risposta acidula di Azzurro. “Ora puoi andare, grazie del tuo tempo” e lo congedò.
Azzurro era stanco e afflitto, la ricerca dell’assassino di Biancaneve stava prosciugando tutte le sue forze, i suoi pensieri, il suo tempo. Non si sarebbe dato per vinto ma più scopriva indizi, più non riusciva a risolvere l’intricata ragnatela che si stava tessendo intorno a lui.
Erano passati altri due giorni, e Azzurro era arrivato allo stremo della sua pazienza: gettò il taccuino in pelle per terra, lo calpestò con ferocia e lo scaraventò sotto al letto con il piede.
“Maledetto!” gli gridò contro, come se fosse una persona che odiava con tutto se stesso. Lasciò la camera da letto e si recò nelle cucine, non ci andava mai ma adesso voleva bere qualcosa di forte.
“Sua Maestà” esclamò Paula, la cuoca, stupita nel vederlo “di cosa ha bisogno?”
“Voglio prepararmi da bere… da solo” rispose freddamente.
La cuoca non ribatté e gli indicò con gentilezza dove poteva trovare le spezie e l’alcol. Azzurro preparò un intruglio dal colore plumbeo, un odore rivoltante e una consistenza ancora meno invitante. Lo bevve tutto d’un sorso e si sentì bruciare dentro. Quella sensazione di caldo incessante lo rianimò e i suoi occhi lacrimarono appena.
“Sua Grazia sta bene?” si preoccupò Paula.
“E’ tutto ok” rispose, stavolta con un sorriso quasi da pazzo. Lasciò la cucina in un baleno e si diresse nell’ingresso.
“Mio signore, il suo mantello!” strillò Sophie, una delle cameriere, quando vide che Azzurro stava uscendo dal castello senza.
“Grazie Sophie” disse lui e aspettò che la donna gli porgesse l’indumento. “Avverti i cavalieri che vado da Tremotino” le confidò mentre appuntava i bottoni.
“Co-cosa?” balbettò Sophie “Ma è-è pericoloso”
“Non preoccuparti. Avvisa tutti… se entro due ore non sarò di ritorno, manda qualcuno a cercarmi” così dicendo uscì nell’aria colma di foschia e si diresse al castello del Signore Oscuro.
Il palazzo era ubicato in cima al monte Regis, il più alto della Foresta Incantata. Il Principe Azzurro trottò fino davanti alle scale d’ingresso e scese leggiadro dal suo fidato cavallo. Il portone era di noce molto scuro, quasi da sembrare nero e il batacchio d’ottone era un serpente.
“TREMOTINO!!! SO CHE SEI LI’! FAMMI ENTRARE!!” gridò con tutta la voce che aveva, sbattendo ripetutamente il serpente d’ottone. Il portone si aprì con un cigolio inquietante e Azzurro entrò. Due enormi scalinate in marmo si ergevano al centro dell’enorme ingresso, vuoto.
“TREMOTINO!!” gridò di nuovo Azzurro.
“In fondo al corridoio, prima porta a destra!” la voce di Tremotino echeggiò per tutta la tenuta.
Azzurro seguì le sue indicazioni e arrivò nel grande salone del castello. Tremotino era seduto a capotavola, su una sedia dall’alto schienale foderato di velluto rosso.
“Oh oh” si deliziò con un sorriso malefico “il Re in persona!”
“Già” sospirò Azzurro con l’affanno. “Devi aiutarmi”
Tremotino adesso era in piedi, sentiva l’odore stuzzicante di un patto nell’aria.
“Pare che quando si cercano risposte, io sia la persona più adatta. Cosa hai da offrirmi?” disse in tono mellifluo.
“Tratteremo l’accordo dopo, parliamo prima di ciò che mi serve” offrì il Principe.
“Sei nella mia casa a chiedermi aiuto… detto io le regole” fu la risposta decisa del Signore Oscuro.
“Chiedimi quello che vuoi, anche la vita… non ho molto altro per cui vivere” Azzurro iniziò a tirare su col naso; l’intruglio lo aveva reso un po’ brillo e quindi più sensibile o irruento.
“Voglio il corpo di tua moglie” disse Tremotino senza giri di parole.
“Cosa?? Che te ne fai delle sue spoglie?”
“Sono uno stregone, possono servirmi in tanti esperimenti”. Azzurro rimase sbalordito, era una richiesta tanto assurda quanto macabra.
“Se ti farò avere il corpo di Biancaneve, mi dirai chi l’ha uccisa?”
“Anche la mia magia ha dei limiti. Posso aiutarti a scoprire qualcosa, ma non sarò in grado di dirti chi le ha tolto la vita. Allora, abbiamo un accordo?” sogghignò il folletto.
“Sia” accettò Azzurro. “Ma a una condizione. Quando scoprirò il colpevole, voglio darle degna sepoltura e usufruire dei trenta giorni di lutto, come di consueto. Solo al termine del lutto potrai prendere il suo corpo. Io non ci sarò quando lo farai. E ti conviene lasciare tutto come se non avessi mai messo le tue sporche mani nella sua bara”.
“Come desideri” al suo consenso, Tremotino srotolò un foglio di pergamena che gli fece firmare. Il Principe appose la firma con mano tremante e si lasciò cadere su una delle sedie.
Probabilmente se fosse stato più lucido non avrebbe accettato, ma i servigi di Tremotino avevano caro prezzo e lui, Azzurro, non aveva nulla da offrire che il folletto non avesse già.
Il sorriso di Tremotino gli attraversava il viso da guancia a guancia e, con occhio indagatore, chiese ad Azzurro di cosa esattamente avesse bisogno.
Dopo tutti i minuziosi particolari che il Principe aveva condiviso con l’Oscuro, questi comunicò:
“Posso dirti con certezza qual è l’arma del delitto”
“Ne sei sicuro?” domandò scettico Azzurro.
“Ovviamente. La mia magia può scoprirlo. Mi serve un oggetto che apparteneva a Biancaneve”.
“Ho questo” disse Azzurro estraendo un anello dalla tasca “E’ l’anello di fidanzamento che le avevo regalato”. Porse con accuratezza l’anello incastonato da una pietra gialla e aspettò.
Tremotino afferrò l’anello e lo poggiò all’interno di una ciotola di vetro. Prese il suo pugnale dal gilet di pelle e lo passò tre volte sulla ciotola. L’anello divenne incandescente e Azzurro scattò in piedi, incantato dalla magia. Tremotino infilò il gioiello al mignolo e chiuse gli occhi; dopo un istante, li spalancò come folgorato e iniziò a dimenarsi come se stesse soffrendo terribilmente. Cadde a terra, in preda alle convulsioni e Azzurro spaesato si accovacciò accanto a lui e lo chiamava per nome. Durò tutto un paio di minuti, poi l’Oscuro si stabilizzò e si rialzò in piedi. Azzurro non gli porse la mano per aiutarlo ad alzarsi, si allontanò di qualche passo.
“Cosa hai scoperto?” domandò col cuore in gola.
Lo stregone evocò un pezzo di pergamena e scribacchiò delle parole, incomprensibili. Non riusciva a parlare, continuava ad indicare il foglio, ma Azzurro non capiva cosa ci fosse scritto.
“E’…è…gnomesco…antico…” gorgogliò Tremotino rimettendosi in piedi.
“E tu conosci il gnomesco antico?” domandò il sovrano, concitato.
“No, sua Maestà” tossicchiò l’Oscuro.
“TU! VILE CREATURA!” gridò Azzurro sfoderando la spada “ABBIAMO UN PATTO!” e avvicinò la lama della sua spada vicino alla gola del folletto.
Quest’ultimo deglutì e disse “Ho detto che ti avrei fatto sapere qual era l’arma del delitto…non ho detto come”
Una stilla di sangue colò dal collo di Tremotino, Azzurro stava spingendo pian piano la lama.
“TRADUCI QUESTE PAROLE ORA!” ordinò Azzurro con sguardo folle.
Tremotino fece apparire dal nulla un tomo e glielo porse “Con questo potrai tradurre tu stesso quelle parole. Il contratto non prevedeva che ti facessi da insegnante”.
Azzurrò digrignò i denti e strinse forte l’elsa della sua spada, pronto a tagliare la gola a quell’orribile individuo, ma si astenne dal farlo. Così si spostò e infoderò la sua arma.
“Sai che non puoi uccidermi, vero?” sogghignò Tremotino.
“E’ solo per quello che non ti ho tagliato la gola anni fa” e così dicendo tornò al castello con il suo nuovo libro.

Si era fidato ciecamente di Tremotino, gli aveva promesso addirittura le spoglie di sua moglie, una scelta tanto affrettata di cui Azzurro si pentì il giorno dopo, senza l’alcol ad offuscargli il giudizio. Ma adesso, volente o nolente, aveva firmato il loro accordo e non poteva venirne meno, soprattutto ora che aveva decifrato le parole scritte in gnomesco. Aveva avuto tutta la notte per elaborare la sua teoria e, finalmente, era riuscito ad inquadrare la situazione, facendo un passo indietro nel tempo.
Biancaneve era sempre stata una donna umile e gentile con tutti, giusta nelle sue decisioni di sovrana e protettiva verso ogni piccolo essere della Foresta Incantata. Molti mesi prima, aveva dovuto affrontare una situazione che aveva seminato il panico nel regno: furono rinvenuti corpi senza vita nella foresta, totalmente maciullati, con le interiora al vento. Erano i corpi di padri, di figli, di giovani coppie. L’intero regno era spaventato e nessuno sapeva chi fosse il colpevole di tali omicidi. Passarono lunghe settimane, prima che Biancaneve riuscisse a scoprire che i delitti avvenivano di notte, notte inoltrata, quando neanche la luna faceva da sfondo a tanto orrore.
Biancaneve, così, per preservare l’incolumità dei suoi sudditi, fece sorvegliare ogni angolo del centro abitato, di notte e di giorno, ma gli abomini si susseguirono in egual modo, ai danni di chi faceva la guardia. Esasperata dalla situazione, impaurita, preoccupata per tutti gli abitanti della Foresta Incantata, quasi si arrese a scovare il colpevole ma un giorno, un giorno fortunato, sul terriccio vennero scovate delle impronte. Sembravano impronte di animale. Certo, ne passavano così tanti di là, ma quella volta erano diverse, erano quasi umane.
Fu così che Bestia venne incolpato degli omicidi e condannato a morte. Azzurro ricordava ancora lo sfrigolio della ghigliottina che gli staccava la testa, se chiudeva gli occhi. Non vi erano mai state prove concrete che fosse stato lui, ma una soffiata sulle impronte era giunta a palazzo alla vigilia della condanna. Bestia si era dichiarato innocente, ma Biancaneve aveva bisogno di un capro espiatorio, doveva calmare gli animi e lo fece giustiziare il giorno dopo l’accusa. Era stata idolatrata da tutti, i delitti cessarono e il regno ritrovò la sua pace.
Ricordando ciò, il Principe rifletté sull’arma che aveva tolto la vita a sua moglie: un coltello affilato con inciso lo stemma di una rosa. Era lo stemma della famiglia di Bestia, Azzurro lo sapeva bene, era l’unico stemma in tutto il regno che non rappresentasse un animale. Decise così di convocare Belle, la dolce sposa del mostro.
Quando Belle varcò, con eleganza, la porta del salone Azzurro rimase per un attimo incantato dal suo portamento: era davvero bella, quanto il suo nome, e non riusciva a capacitarsi come avesse fatto a sposare una belva.
“Buongiorno Belle” esclamò con un debole sorriso il Principe “Si accomodi pure”
“Grazie, sua Maestà” rispose gentilmente e prese posto sulla poltrona.
“Buone nuove dal castello della Bestia?” domandò cordiale Azzurro.
“Preferirei che chiamaste il mio defunto sposo con il suo nome, Maestà”
“Ehm… temo di…”
“Non saperlo” concluse Belle. “In molti, anzi direi tutti, ignorano il nome di mio marito. Per tutti voi è semplicemente una bestia e nient’altro” continuò lievemente irritata.
“Mi dispiace” ribatté il Principe.
“Non credo di essere stata convocata perché è interessato alla vita domestica di casa mia, sua Maestà. Vada subito al sodo, per favore”. Nonostante il tono ostile restava sempre molto educata.
Azzurro si schiarì la gola e annunciò “Sì ha ragione. Come avrà saputo sto indagando sulla morte di mia moglie Biancaneve e ho buone probabilità di pensare che lei possa essere coinvolta”
“Scusi, come dice?” Belle sembrava non aver sentito bene.
“Ho detto, penso che…”
“Sì ho sentito cosa ha detto!” lo interruppe lei. “Sulla base di cosa mi accusa, mi perdoni?” la sua parlantina schietta e corretta grammaticalmente metteva in imbarazzo Azzurro.
“Beh… abbiamo trovato l’arma del delitto ed è un coltello che appartiene alla sua famiglia. Alla famiglia di suo marito, in realtà”
“E come mai ne è così sicuro?”
“Perché porta l’incisione del vostro stemma: una rosa senza spine”
“Posso vederlo?” domandò lei.
Belle era in attesa e Azzurro si sentì invadere dal panico: Tremotino gli aveva fatto sapere quale fosse l’arma ma non dove fosse nascosta! Quel diavolo di uomo!
“E’… ehm… non ce l’ho” ammise Azzurro.
“E se non è in suo possesso come fa a dire che mi appartiene? Come fa ad accusarmi? Come fa a dimostrare che sia stata io?” sembrava uscita da uno dei libri che Regina sosteneva di aver letto e, probabilmente, li aveva letti anche lei.
“Ho avuto un aiuto speciale e sono sicuro al cento per cento di quello che dico” rispose tronfio il re.
“Il suo aiuto speciale è Tremotino, per caso? Sa, quell’essere ripugnante mente a tutti. Chissà cosa le avrà chiesto in cambio della sua magia! In assenza di prove materiali non può accusarmi di nulla, ma sono comunque curiosa di sapere perché secondo lei l’ho resa vedovo!”
“Perché mia moglie ha reso vedova lei!” ribatté Azzurro, deciso.
“Dunque, avrei un motivo valido, secondo lei, per aver messo fine alla vita di Biancaneve”
“Un motivo più che valido: la vendetta”
“Beh, capisco le sue teorie ma ha preso un grosso granchio. Nonostante io sia addolorata immensamente dalla decisione che sua moglie prese mesi orsono, sapendo soprattutto che mio marito era innocente, non alzerei un dito neanche sua una mosca, figuriamoci un coltello!”
“Io non la conosco e non so di cosa è capace, Belle. Per me, lei potrebbe tranquillamente essere un’assassina. Andrò fino in fondo a questa storia e…” stava per dire che l’avrebbe fatta rinchiudere nelle celle, ma non aveva uno straccio di prova da sbatterle in faccia.
“Che faccia pure! Io sono innocente e non ho nulla da nascondere! Ora posso andare?” il suo tono era furioso più che mai, ma la sua postura era comunque composta.
“Un’ultima cosa… è vero, non ho il coltello, ma so che è la vera arma del delitto. Se non è stata lei, forse è stato qualcuno che vuole incastrarla? Qualcuno che vive nel suo castello?”
“Sta forse accusando il mio personale domestico? Non glielo permetto. Sono tutti degni di fiducia, non torcerebbero un capello neanche ad una bambola. Questa mattina ha davvero esagerato, sua Maestà. E ora me ne vado!” detto ciò si alzò di scatto e lasciò la stanza in un baleno.
Azzurro rimase da solo con il suo taccuino e altre mille domande. Non avrebbe mai scoperto chi avesse ucciso la sua Biancaneve… ci voleva soltanto un miracolo per incastrare tutti i pezzi del puzzle.

Era una mattina gelida e velata dalla nebbia, durante la notte grossi fiocchi di neve avevano imbiancato la Foresta Incantata, coprendo le foglie gialle e rinsecchite. L’inverno era arrivato prima del previsto e tutti gli abitanti del Regno erano affaccendati per mettere da parte la legna e i viveri.
Il Principe Azzurro non dormiva da tre giorni, tre giorni che lo dividevano dalla conversazione con Belle. Aveva occhiaie violacee e si sentiva costipato, non aveva toccato cibo se non un pezzo di pane che Sophie era riuscita a fargli mangiare. Si sentiva terribilmente vuoto. Era nella fase di elaborazione del lutto: pianto isterico, sorrisi rivolti ai ricordi e una stretta devastante allo stomaco. Non che nei giorni precedenti non fosse stato male, anzi, ma solo adesso sentiva il bisogno di sfogare tutto il suo dolore e la sua frustrazione. Il taccuino in pelle era aperto sulla scrivania disordinata e lo guardava minaccioso.
“Non capirò mai chi è stato” sussurrò al libricino, come se questi avesse un’anima. Lo sfogliò piano, ancora e ancora e ancora, fin quando non incappò nella pagina in cui aveva incollato il bigliettino che aveva ricevuto Biancaneve il giorno della sua uccisione.

“Bianca, incontriamoci tra un’ora nella radura del pozzo. Sono nei guai!! Non dire a nessuno dove stai andando, complicheresti le cose! Fai presto, ti aspetto! – Cappuccetto” lesse ad alta voce.
Come poteva credere che quel biglietto non lo avesse mandato davvero Cappuccetto? Come poteva crederla innocente? Rilesse di nuovo ciò che vi era scritto e si soffermò sulla calligrafia. Pensò alla calligrafia di Biancaneve, così elegante e precisa, che più volte compariva sulle lettere d’amore che gli aveva regalato. Solo una mano delicata come la sua avrebbe potuto incidere sulla carta lettere tanto armoniose. Quel biglietto invece era scritto di getto, rozzamente. Sarà stato per la fretta di buttar giù le parole.
“Un momento…” disse Azzurro fra sé e sé. “Ho un’idea!!” gridò. Il suo tono fu così alto che dopo qualche istante Sophie bussò alla porta chiedendo se andasse tutto bene. Azzurro corse ad aprire, sorridente, ed esclamò “Forse so cosa fare, Sophie!!” e l’abbracciò in un impeto di gioia. La cameriera rimase immobile, come un tronco di legno, e rivolse al re un sorriso di circostanza. Azzurro si precipitò alla toletta e si diede una rinfrescata, indossò il completo blu, il preferito di Biancaneve, che si intonava magnificamente ai suoi occhi azzurri. Dopo una ricca colazione, scrisse una lettera formale rivolta a tutti gli abitanti della Foresta Incantata.
Un’ora dopo, i menestrelli reali erano in giro per il Regno a conclamare la volontà del Re:

Miei cari Sudditi,
in occasione degli imminenti funerali della Vostra regina, mia amata sposa, Biancaneve, sottratta ai suoi affetti troppo presto, non solo Vi invito a prender parte alla cerimonia ma Vi esorto a renderle omaggio. Biancaneve amava scrivere lettere e leggere quelle indirizzate a lei la riempiva di gioia. Vi chiedo, dunque, in qualità di Vostro onorato Re, di dedicare alla mia defunta moglie un pensiero, due righe scritte su una pergamena, cosicché i Vostri gentili e nobili sentimenti accompagnino il viaggio della Sua anima nelle Terre di Nessuno.
I menestrelli reali saranno gioiosi nel raccogliere i Vostri messaggi d’affetto, che mi verranno recapitati a palazzo. Non esitate a scrivere: un messaggio sincero e dettato dal cuore vale più di ogni altra cosa.
Sono sicuro che i Vostri calorosi cuori si affretteranno nell’esaudire questo mio desiderio.

Affettuosamente
Il Re

Nei tre giorni successivi arrivarono valanghe di biglietti che onoravano la memoria di Biancaneve. Tutti i sudditi, nessuno escluso, avevano un ricordo immacolato della regina che con il suo buon cuore aveva sempre regnato in modo giusto e gentile; ma Azzurro sapeva che tra loro si celava il suo assassino, nascosto dietro false parole di benevolenza.
Con l’aiuto della servitù, Azzurro aveva diviso tutti i messaggi, classificandoli in vari modi: uomini, donne, persone più vicino alla famiglia e coloro con cui era entrato in contatto nei giorni successivi all’omicidio. Nessuno sapeva quale fosse l’escamotage di Azzurro, ma la servitù iniziava a fare comunella e anche ad azzardare scommesse.
“Quattro monete d’oro che fa arrestare il nano” disse il maggiordomo.
“Sei, che incolpa Belle” ribatté Sophie.
“Smettetela!” squittì Paula indignata “Non potete fare scommesse del genere, ve lo vieto!”
“Ma dai, Paula! Sono tre giorni che ci fa sgobbare con quei biglietti e non si è preso la briga di svelarci il men che minimo particolare. Qualcosa dovremmo pur farla, no?” ironizzò Sophie con un sorriso da bambina.
“Sì, c’è qualcosa che possiamo fare. LAVORARE! Forza! Occupate il vostro tempo con le mansioni a voi assegnate!” Paula era un po’ la mamma di tutti nel castello, era stata la balia di Biancaneve e quindi conosceva la famiglia reale da tutta la vita. Con uno sbuffo, Sophie prese lo spolverino e andò all’ingresso per le pulizie, mentre Herbert, il maggiordomo, si mise a sistemare le stoviglie nella dispensa.
Mentre a palazzo la servitù cercava ancora, invano, di fare scommesse sotto il naso di Paula, Azzurro era immerso nella miriade di messaggi e li confrontava uno per uno con il biglietto incriminato. Aveva pensato bene di chiedere a tutti, ma proprio tutti, di scrivere due parole per Biancaneve con l’unico scopo di trovare la calligrafia che combaciasse con quella del biglietto che aveva attirato sua moglie nella foresta. La ricerca fu lunga ed estenuante e durò qualche giorno: da una parte era riconoscente a tutte quelle persone che avevano delle belle parole per Biancaneve, dall’altra non vedeva l’ora di mettere fine al tutto. E quel giorno arrivò.
Aveva fatto bene a classificare i mittenti delle lettere, ora sapeva bene chi convocare a palazzo.
La mattina dopo, Sophie e il resto della servitù accolsero cordialmente quella combriccola di ospiti che mai e poi mai si sarebbero radunati nello stesso posto per puro scopo ricreativo. La fila era capeggiata da Robin Hood e Brontolo, che avevano l’aria di chi c’era stato altre mille volte in quel castello; seguivano Lumiere e Belle che erano vicino al portone di legno, guardinghi. Poi, c’era la Nonna di Cappuccetto che era ancora indignata per l’arresto, insensato, della nipote; infine, Tremotino era appartato su di un lato, appoggiato ad una colonna e con un’espressione di trionfo e gaudio. Tutti gli ospiti vennero fatti accomodare nel grande salone e la servitù offrì loro bibite e pasticcini.
“Benvenuti” esclamò Azzurro entrando teatralmente nel salone “Benvenuti! Grazie per essere venuti qui con così poco anticipo”.
Gli ospiti sorrisero educati e qualcuno bisbigliò un “Si figuri, sua Maestà” ma si guardavano tutti intorno, a disagio.
“Sono certo che vi starete chiedendo perché siamo tutti qui riuniti. Beh, dato che non sono un tipo di molte parole, andrò subito al dunque. La mia Biancaneve è stata uccisa da uno di voi”.
Molti emisero versi di stupore, altri sgranarono gli occhi e qualcuno cercò di controbattere ma Azzurro non gli diede parola.
“Prima di accusare qualcuno, però, voglio accogliere un altro ospite. Guardie!” al suo richiamo, apparvero due cavalieri insieme a Cappuccetto Rosso.
“Nipotina mia!!” esclamò la Nonna, alzandosi in piedi e andandole incontro. Le due si abbracciarono calorosamente e Azzurro invitò loro a sedersi.
“Ecco, direi di cominciare proprio da qui” disse Azzurro, indugiando lo sguardo sulle due. “Ormai è diverso tempo che Cappuccetto è ospite del nostro castello…”
“Prigioniera!!” lo interruppe la ragazza, digrignando i denti.
“…prigioniera, certo, te lo concedo. Sono stato affrettato nel mio giudizio e ti chiedo perdono” concluse il re.
La fanciulla tirò su col naso e si abbandonò all’abbraccio della Nonna che aveva lo sguardo torvo puntato su Azzurro.
“Comunque, dicevo… Cappuccetto è stata abbastanza a lungo in questo castello perché io scoprissi il suo segreto. Non sono sicuro che lei ne sia a conoscenza, ma ora, vuole o no, devo svelarlo per dare credito alla mia teoria sul colpevole”.
La Nonna di Cappuccetto divenne bianca come un lenzuolo e subito esclamò impettita “Ma di cosa parla?? Lei blatera! Blatera così come ha fatto quando ha accusato mia nipote di un crimine che non ha commesso!” la donnina era molto turbata e la nipote la guardava confusa.
“Non avrà ucciso mia moglie, ma ha stroncato altre vite innocenti” confessò Azzurro. “Vede, quando abbiamo imprigionato Cappuccetto, le sono stati tolti i suoi averi, ovvero il mantello e il cestino. Si dà il caso che qualche giorno fa c’è stata la luna piena e… “ Azzurro titubò, sapeva di aver fatto centro perché la Nonna era devastata dal terrore. Gli altri commensali lo ascoltavano curiosi, Cappuccetto era sempre più confusa.
“… sua nipote si è trasformata in un lupo mannaro”. Tutti trattennero il fiato, Brontolo che era seduto accanto alla fanciulla si scostò con la sedia e tutti rimasero in un silenzio stupito.
“Co-cosa sta dicendo? Non è po-possibile…” balbettò Cappuccetto.
“E va bene” ammise la Nonna, guardò la nipote negli occhi pieni di lacrime e le confessò “Tesoro mio, quando c’è la luna piena ti trasformi in un lupo mannaro. Ti aggiri per la foresta e fai ritorno la mattina dopo, senza ricordare nulla… è per questo che… ti ho regalato il mantello rosso. È intriso di magia… quando lo indossi, di notte, non ti trasformi”.
Tremotino sorrise beffardo alla notizia, sapeva benissimo di essere stato lui a lanciare quell’incantesimo, uno dei migliori che gli fossero riusciti.
“E’ tutto confermato, mia cara” disse poi l’Oscuro. Cappuccetto si alzò arrabbiata e in preda al pianto e iniziò a sbraitare contro la nonna.
“Dovevi dirmelo!! Sono stata io?? Sono stata io ad uccidere tutte quelle persone?? DIMMELO!!!” la ragazza aveva collegato gli omicidi che mesi prima si erano susseguiti nella Foresta Incantata. La Nonna, annuì sconfortata e si abbandonò ad un pianto sommesso.
“Ecco, qui arriviamo al dunque” si intromise Azzurro. “Cappuccetto, tua nonna non era l’unica a conoscenza del tuo segreto. Infatti, chi ha ucciso Biancaneve voleva incastrarti dato che avevi evitato la pena già una volta”
“E’ stato quel miserabile!!” gridò la Nonna indicando Tremotino. “Soltanto lui sapeva! Codardo!!”
“Vi prego, calmiamo gli animi e torniamo a sedere” consigliò Azzurro che stava mostrando una calma assoluta data dalla consapevolezza di ciò che stava dicendo.
“Avete pagato sicuramente il vostro prezzo Nonna, e Tremotino, per quanto mi dolga dirlo, se viene ripagato poi diventa innocuo. Per di più, non ci ricaverebbe nulla né sull’uccisione di mia moglie, né sul dare la colpa a Cappuccetto”. Tremotino ghignò soddisfatto e Azzurro riprese il discorso: “Appurato che Cappuccetto è stata la vera artefice degli omicidi della Foresta Incantata, dobbiamo soffermarci su chi, invece, ne ha subito le conseguenze” il suo sguardo si spostò su Belle.
“Vuole insinuare di nuovo che sia stata io, per vendicarmi della morte di James?” squittì irritata Belle.
“Chi è James?” domandò Brontolo spaesato.
“E’ la Bestia” rispose Robin Hood.
“Smettetela di chiamarlo così!! Santi numi!” si agitò Belle.
“Stia calma Belle, le verrà il batticuore” Lumière le versò un bicchiere d’acqua e le porse un fazzoletto di cotone.
“La prego sua Maestà, continui” lo esortò Brontolo.
“Bene… Nonna cara, sono quindi certo che è stata lei ad incastrare Bestia… ehm…James, per evitare che succedesse qualcosa a sua nipote. Dico bene?”
La nonna guardò, colpevole, Belle e annuì. “Mi dispiace Belle… ma è la mia unica nipote… la mia unica famiglia… chiedetevelo, non avreste fatto lo stesso tutti voi?”
Trascorse qualche minuto di silenzio in cui i dissapori parvero calmarsi e Cappuccetto, ancora sconvolta, continuava a guardarsi le mani.
Fu Robin a riprendere la parola: “Azzurro, quindi stai dicendo che Biancaneve è stata uccisa da Belle? Non sto capendo. Se la Nonna ha incastrato James e Biancaneve lo ha fatto uccidere… è Belle ad essersi vendicata, no? Quadrerebbe” espose il tutto come uno scolaro che ripete la lezione del giorno.
“E qui ti sbagli, mio caro Robin. Belle non era a conoscenza del segreto di Cappuccetto, dunque non poteva sapere chi avesse incastrato suo marito”.
“Se non è stato Tremotino e non è stata Belle, allora chi è stato?” domandò perplessa Brontolo.
“E’ stato qualcun altro che conosceva bene il segreto di Cappuccetto e sapeva, altrettanto bene, che la nonna avesse nascosto il tutto. Infatti, il biglietto che ha attirato mia moglie nella foresta, era firmato per far ricadere la colpa su Cappuccetto, colei che aveva ucciso, colei che doveva essere decapitata”.
Le parole di Azzurro erano musica, tutti pendevano dalle sue labbra. Il colpevole era un bravo attore, il re lo notava bene, decise dunque di metterlo subito a nudo:
“Lumiere, come ha scoperto del segreto di Cappuccetto? L’ha vista trasformarsi?”
Se lo shock avesse avuto un suono, sarebbe stato un boato.
“Come scusi?” chiese Lumiere sconcertato.
“Hai capito bene cosa ti ho chiesto. Sei stato tu ad uccidere mia moglie, bastardo!”
“Si sbaglia sire! Io non avevo alcun legame con Biancaneve, perché mai avrei dovuto farle del male?” cercò di discolparsi il maitre.
“Per lo stesso motivo per cui volevi incastrare Cappuccetto!! Ti sei vendicato della morte del tuo padrone!! Belle non avrebbe mai compiuto un gesto del genere, non avrebbe mai cercato la pace in questo modo… ma Belle non sapeva tutto quello che sapevi tu, vero, carogna??” adesso Azzurro incominciava ad inalberarsi, dopotutto era faccia a faccia con l’assassino di sua moglie.
“Non ha prove che sia stato io!” ribatté il maitre mentre tutti guardavano i due esterrefatti.
“E, invece, ce le ho!!” raggiunse il tavolino dinnanzi al camino e prese uno scatolino in legno che conteneva delle lettere. “Vedi, caro Lumiere, ho chiesto a tutti gli abitanti del Regno di scrivere due righe per Biancaneve con il solo scopo di trovare la calligrafia che combaciasse con quella del biglietto. E si da il caso che combacia con la tua!! Sei stato uno sciocco a spedire le tue parole di commiato, ma d’altro canto, saresti potuto risultare sospetto se non lo avessi fatto” estrasse la lettera che Lumiere aveva scritto qualche giorno prima e la buttò sul tavolo, cosicché tutti potessero vederla; prese poi il biglietto, sgualcito e li mise vicino.
I presenti si alzarono in piedi e si avvicinarono ai pezzi di carta, diventando così spettatori di un mistero ormai svelato. Lumiere era ammutolito e Belle lo guardava delusa.
“Ha ragione…” sussurrò Robin Hood.
Tremotino, Brontolo, Cappuccetto, la nonna e Belle si ritrassero e, in un muto corteo, si riunirono in un angolo del salone. Azzurro chiamò le guardie ma non diede ancora l’ordine di arrestare Lumiere.
“Allora, cos’hai da dire?” domandò.
“Sono stato io… è vero… dovevo… dovevo vendicare il mio padrone! È stato ingiustamente giustiziato! Tutti voi lo credevate una bestia senza cuore soltanto per le sue sembianze!! Lui era buono!! Era un grande uomo!! Belle, diteglielo anche voi!!”
Belle lo guardò con le lacrime agli occhi e conferì con calma quelle che sarebbero state le ultime parole rivolte al maitre “Sì, era indubbiamente un grande uomo ma tu mi hai molto deluso Lumiere. Uccidere Biancaneve non ce lo ha restituito, quindi a cosa è servito? Soltanto a perdere un altro membro della mia famiglia…”.
Stavolta il Principe Azzurro ordinò l’arresto di Lumiere e la sua successiva incarcerazione, a vita. Avrebbe passato la fine delle sue giornate nelle segrete di Misthaven, oltre il confine.

Il corteo funebre per Biancaneve partì da palazzo la mattina dopo, tutti gli abitanti del Regno vi presero parte, capeggiati dal Principe Azzurro. Il corpo venne portato nella cripta di famiglia che era posizionata vicino al lago. Di lì a qualche settimana, Tremotino avrebbe prelevato le spoglie della regina per utilizzarle chissà a quale scopo, ma Azzurro non ci pensava: la sua amata sposa sarebbe rimasta intatta nel suo cuore e nei suoi ricordi e, ora che aveva fatto giustizia per la sua morte, era in pace con se stesso.